Il portavoce giornalista: intervista a Luca Fracassi, autore del nuovo volume dei Quaderni della Formazione

La figura del portavoce, tra compiti e responsabilità, nel rispetto delle norme deontologiche: è il tema del libro “Il portavoce giornalista. Mestiere di confine nella comunicazione politica contemporanea”, scritto da Luca Fracassi, giornalista professionista e dal 2018 portavoce del Sindaco di Pisa.

Il libro è l’ultimo volume della collana “Quaderni della Formazione”, curata da Fondazione Ordine dei giornalisti della Toscana, in collaborazione con Pacini Editore.

Riconosciuta formalmente solo nel 2000 con la Legge 150, la figura del portavoce è una sorta di punto di incontro tra vertici politici, redazioni giornalistiche e cittadini.

Attraverso esperienze dirette, casi di studio e riferimenti teorici, il libro vuole restituire dignità a un mestiere spesso invisibile ma centrale nel funzionamento delle istituzioni e nell’ecosistema dell’informazione, in un tempo segnato anche da intelligenza artificio e social media.

Ne abbiamo discusso proprio con l’autore, Luca Fracassi.


1. Nel suo libro Lei definisce il portavoce come una figura che non deve rinunciare ai principi deontologici del giornalismo. Come si concilia concretamente il dovere di lealtà verso l’istituzione o il leader rappresentato con l’obbligo di verità e trasparenza del giornalismo?

Nel dibattito pubblico si tende a immaginare il portavoce come un professionista della persuasione, chiamato a difendere il proprio leader a qualunque costo. Io credo invece che il suo primo dovere, anche a tutela della credibilità del leader stesso, sia preservare la veridicità della parola pubblica. La lealtà verso un’istituzione non coincide con l’obbedienza cieca, ma significa interpretarne gli obiettivi e tradurli in una comunicazione efficace, senza alterare i fatti.

Un giornalista possiede un patrimonio professionale fatto di verifica delle fonti, gerarchia delle notizie, capacità di distinguere ciò che è rilevante da ciò che è non lo è. Sono competenze che diventano preziose entrando in uno staff politico. Nel libro sostengo che il portavoce dovrebbe essere un giornalista perché il suo lavoro si fonda su tre pilastri: 

  • notiziabilità, cioè la capacità di riconoscere ciò che ha davvero valore informativo; 
  • credibilità, che si costruisce nel tempo attraverso un rapporto di fiducia con i media e con i cittadini; 
  • mediazione, intesa come capacità di tradurre il linguaggio della politica in un linguaggio comprensibile e, allo stesso tempo, riportare dentro le istituzioni le domande e le aspettative della società.

C’è poi un tema che considero ormai non più rinviabile. Sono passati ventisei anni dall’approvazione della legge 150 del 2000, la norma che disciplina l’informazione e la comunicazione nella pubblica amministrazione. Nel frattempo sono cambiati i media, sono nati i social network, l’intelligenza artificiale è entrata nelle redazioni e negli uffici di comunicazione, sono emerse professionalità digitali che allora semplicemente non esistevano. Quella legge ha bisogno di essere aggiornata. Credo che questa possa essere anche l’occasione per introdurre ufficialmente la figura del portavoce giornalista.

L’articolo 9 stabilisce che gli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni siano composti da giornalisti iscritti all’Albo, riconoscendo il valore della professionalità giornalistica nell’informazione istituzionale. L’articolo 7, invece, che disciplina il portavoce, non prevede questo requisito. Eppure il portavoce svolge quotidianamente un’attività che richiede le stesse competenze: conoscere i meccanismi della notizia, dialogare con le redazioni, rispettare le regole deontologiche e comprendere il funzionamento dell’informazione. Per questo ritengo che una riforma della legge dovrebbe avvicinare maggiormente le due figure, riconoscendo che il portavoce, pur restando una figura fiduciaria dell’organo di vertice dell’amministrazione pubblica “con compiti di diretta collaborazione ai fini dei rapporti di carattere politico-istituzionale con gli organi di informazione”, dovrebbe poter essere identificato in un professionista del giornalismo”.

2. Oggi il rapporto tra potere e cittadini passa anche dall’uso dei social network, dall’iper-personalizzazione e dall’intelligenza artificiale. In che modo queste tecnologie stanno cambiando il lavoro del portavoce?

Lo stanno cambiando profondamente, ma non nel modo in cui molti immaginano. Per la prima volta disponiamo di strumenti capaci di scrivere testi, sintetizzare documenti, analizzare grandi quantità di dati, monitorare il sentiment e produrre contenuti in pochi secondi. Sarebbe miope rifiutare questa rivoluzione. L’intelligenza artificiale va utilizzata, perché aumenta l’efficienza e libera tempo prezioso, ma non sostituisce il portavoce, ne cambia il baricentro professionale. Se fino a pochi anni fa una parte consistente del lavoro consisteva nello scrivere comunicati, discorsi e note stampa, oggi molte di queste attività possono essere svolte con il supporto dell’intelligenza artificiale. Questo significa che il valore aggiunto del portavoce si sposta dall’esecuzione alla regia.

Il portavoce del futuro sarà sempre meno un professionista della scrittura e sempre più un professionista della strategia. Più consigliere della leadership che semplice produttore di contenuti. Il suo compito sarà, anzi lo è già, comprendere il contesto politico e mediatico, individuare il momento giusto per comunicare, costruire la narrazione più efficace e coordinare strumenti, linguaggi e canali diversi. Naturalmente tutto questo rende ancora più importante la responsabilità professionale. L’intelligenza artificiale genera testi, ma non si assume la responsabilità delle parole che produce. Ogni contenuto deve essere verificato, contestualizzato e validato. La deontologia giornalistica, il controllo delle fonti, la precisione lessicale e la consapevolezza delle conseguenze di una parola pronunciata o scritta diventano, se possibile, ancora più centrali. Un algoritmo può suggerire una frase, ma solo una persona può decidere se quella frase sia vera, opportuna e coerente con l’interesse pubblico.

Nel libro richiamo le riflessioni di padre Paolo Benanti, presidente della Commissione sull’Intelligenza Artificiale per l’Informazione presso la Presidenza del Consiglio, e soprattutto la recente enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, che considero uno dei contributi più importanti al dibattito contemporaneo sull’IA. Il Pontefice afferma con chiarezza che il criterio fondamentale deve essere il primato della persona umana, affinché sia sempre l’intelligenza dell’uomo, con la sua coscienza, la sua libertà e il suo discernimento, a guidare l’innovazione tecnologica, stabilendone responsabilmente uso e limiti.

3. Il volume analizza sia la figura del portavoce sia quella dello spin doctor. Qual è il confine esatto tra queste due figure?

Sul piano teorico il confine è abbastanza chiaro, mentre nella pratica è molto più sfumato. Tradizionalmente il portavoce è la figura che dà voce al leader o all’istituzione, cura i rapporti con i media, costruisce il messaggio pubblico e garantisce coerenza alla comunicazione. Lo spin doctor, invece, lavora prevalentemente dietro le quinte, analizzando gli scenari politici, interpretando il clima dell’opinione pubblica, individuando il posizionamento più efficace e contribuendo a definire la strategia complessiva della leadership.

Nella realtà, però, soprattutto in Italia, questa distinzione è molto meno rigida. Le strutture di comunicazione sono spesso snelle, gli staff ridotti e le competenze tendono a concentrarsi nelle mani di poche persone. Non è raro che il portavoce partecipi anche alla definizione della strategia, suggerisca il posizionamento del leader, interpreti i dati provenienti dai media e dai sondaggi, anticipi possibili criticità e contribuisca alle decisioni che precedono la comunicazione. Allo stesso modo, chi svolge un ruolo di consulenza strategica finisce inevitabilmente per intervenire anche sulla costruzione concreta dei messaggi.

Per questo preferisco parlare di funzioni piuttosto che di figure rigidamente separate. Portavoce e spin doctor rappresentano due dimensioni della comunicazione politica che possono convivere nella stessa persona, soprattutto quando si opera in contesti dove non esistono grandi strutture organizzative. Ciò che cambia non è tanto il professionista, quanto il tipo di responsabilità che gli viene affidata in un determinato momento.

È proprio questa una delle riflessioni che propongo nel libro. Il fatto che una sola persona possa esercitare entrambe le funzioni rende ancora più importante il suo bagaglio professionale. Se il portavoce possiede il metodo del giornalista, dispone degli strumenti per riconoscere ciò che è notizia, verificare le informazioni, comprendere il funzionamento del sistema dei media e mantenere quel rapporto di fiducia con i giornalisti che rappresenta una risorsa strategica per qualsiasi istituzione.

In fondo, il vero discrimine non è stabilire se una persona sia portavoce o spin doctor. La domanda più importante è se chi ricopre quel ruolo possieda le competenze per coniugare strategia e credibilità. La mia convinzione è che una formazione giornalistica offra proprio questo valore aggiunto: permette di partecipare alla costruzione della strategia senza perdere il rigore, il senso della notizia e la responsabilità che derivano dall’etica professionale. È questo, a mio avviso, il contributo più autentico che un portavoce giornalista può offrire oggi alla comunicazione politica.

Grazie a Luca Fracassi autore del volume “Il portavoce giornalista. Mestiere di confine nella comunicazione politica contemporanea” edito da Pacini Editore.

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